I desideri non invecchiano quasi mai con l’età [La Stagione dell’Amore – Franco Battiato]
È nato in autunno, il 26 ottobre, e in autunno l’abbiamo ascoltato, per la prima volta dal vivo. Nel ventre accogliente di un luogo che si chiama Auditorium Marianum, a Perugia. Lui, uno dei padri fondatori della Kosmische Musik, stile che ha definito uno vero e proprio spazio-tempo, se non generativo, gestatorio di socialità, idee, relazioni e visioni del mondo liquide e cangianti nei colori e nelle forme.
Le stagioni di Roedelius sono molte e, tra l’altro, sembrano non passare. I Kluster / Cluster / Qluster disegnano una linea dai settanta al terzo millennio. Poi ci sono gli splendori musicali meta-psichedelici degli Harmonia, i molti dialoghi con musicisti dall’estrazione più varia. Gli album con Eno, gli atti d’amore con Jason Lynn (2008), “Selected Studies Vol. 1” (2013) con Lloyde Cole, “Ubi Bene” insieme a Leon Muraglia (2015), il “Tryptich in Blue” che lo vede a fianco di Christopher Chaplin (il più talentuoso della stirpe di Charlie) ed Andrew Heath. Accenni avari d’una rete creativa dalla fitta trama che l’elettronica ha ordito dentro e fuori le mere espressioni sonore.
Un amico ci diceva: la fragilità è la cosa più prossima all’eternità. Abbiamo iniziato a capirlo l’undici di ottobre. In prima fila sua moglie Christine, signora adorna di una splendente argentea canizie. S’è andato così a definire uno scenario emotivo-affettivo non usuale, rasserenante senza essere banalmente consolatorio, che nella sostanza vivente di corpi autunnali – di quanto c’è apparso di loro per poco più d’un’ora – ha dato un’altra possibilità, grande forza in grande gracilità, a quel tempo della vita che, in inglese americano, si dice pure the fall (of the leaves).
Foglie vivissime, in realtà. Lo si sottolinea perché la tenerezza che ha risuonato nell’ambiente ha assorbito, disgregandoli, i frammenti d’un immaginario senile – in cui incolpevolmente finiscono pure Perdere l’Amore, Amour di Haneke, Vortex di Noè – che sembrerebbe corroborare l’idea d’un’età della sconfitta e della degenerazione, facendo il gioco d’una società schizofrenica ed efficientista.
È stato fisioterapista, infermiere ed ha lavorato in case di riposo. Tutta la produzione di Roedelius del terzo millennio viene animata da quest’attitudine rigenerante capace, allo stesso tempo, di cogliere i segni della divisione, della frattura esistenziale che neppure la musica (cosmica), nelle sue varie declinazioni, è riuscita a sanare. Sapendo che occorre anche altro, le canzoni comunque gettano ponti, i concerti danno forma ad isole.
Breve il set di Roedelius e – a suo modo – singolare. Qualcuno si è disteso davanti al palco, desideroso di godere della risacca dei suoni. Il berlinese ha suonato ai tasti bianchi e neri brani provenienti, ci pare, dall’ultimo meta-romantico, appagato (più che solamente appagante) e quindi lievemente malinconico “Drauf und Dran”, su e giù, (2020). Li ha alternati a sequenze di elettronica digitale destrutturate, quasi informali, con dentro piccolissime schegge (solite nostre sensazioni) assimilabili a detriti – davvero nulla più – di quella musica definita hauntology perché fatta da textures fantasmatiche, costruita con e di materiali di tempi quasi passati che ritornano e sembrano arrivare da prossimi aldilà vintage. Una separazione quasi netta, non del tutto. Ci dice d’un uomo che, pur ancora curioso dei suoni e dei rumori del mondo, vuole affermare con cortese fermezza la sua essenza analogica e fisica. E quale modo migliore che col pianoforte, strumento percussivo eppure capace delle nuance emotive più dolci ed autunnali?
Nuove possibilità per conoscersi [La Stagione dell’Amore – Franco Battiato]