22 Novembre 2022

Hania Rani / Lyra Pramuk

Dionisio Capuano
Hania Rani / Lyra Pramuk

Poiché viviamo in una condizione di musica e media onnipresenti e di una memoria tecnologica quasi infinita, è molto più facile per le culture locali trovare un pubblico che risuoni con la loro musica, sia locale che globale. (Kode9)

Balla che ti passa. Ma in verità no. Dancity è un vitalizzante aggregato che ha fatto di certi tipi di passaggi sonori sostanza pastosa in grado di spandersi nella downtown di Foligno, espandendone la metafora. Nell’era pre-pandemia ha dato vertigini eutopiche per davvero da centro del mondo, realmente in rete globale. La musica ed il ritmo si diffondevano uscendo dai venues dei concerti e dei dj set, innervando vie, tavoli, drinks e flussi di parole e persone. Epifenomeni effimeri della club culture di provincia, si dirà. Ma se solo si ripassa la storia di questi anni, sono tanti gli episodi che vanno a stratificare il reticolo dei desideri e delle relazioni.

Noi ricordiamo, ad esempio, la serata dei Tangerine Dreams (ne riprenderemo i fili…). Le sensazioni di una rilassata connessione neurale i cui nodi erano coloro che attivavano suoni e performances (e nostalgie), ma anche chi stava là per semplice casualità, immerso nel brodo retro-futuribile. Foligno come (una delle) oasi in un deserto culturale sempre più modellato dai grandi sistemi mediatici massificanti eppure brulicante di creatività localizzate ed invenzione singolari. Quel nome, Dancity, possiede ancora forte in sé il richiamo al ballo e alla densità urbana, alla mescolanza fluida (una volta avremmo detto melting pot) di individui che non si confondono affatto. L’anti-metropoli diffusa e rizomatica. 

La pandemia ha prima bloccato, poi costretto a delocalizzazione gli eventi, all’aria aperta, su a mezza montagna (e non è stato un male). Quindi, in qualche modo, si è ripreso a ripopolare le mappe urbane. Ripartendo dai / ritornando ai luoghi chiusi/aperti, storici e simbolici. Come può essere, per l’appunto, San Domenico, spettacolo di suo, che noi leghiamo ad alcune vecchie epifanie: un passaggio di Cauteruccio, un altro di Giorgio Barberio Corsetti, un Philip Glass quasi allucinazione mnemonica. L’anno scorso, un memorabile tecno-struggente Robert Henke. Quest’anno, un anticipo per la fine, due donne in sperimentale, il cinque novembre scorso. 

Hania Rani ha sorpreso. In quel suo spazio (de)finito sul palco da pianoforte a coda, sintetizzatori più diavolerie elettroniche e pure da un pianoforte verticale, con il telaio messo a nudo.  La musica, all’inizio, è parsa di classica banalità kraut-minimalista (tappezzeria muzak, acqua e zucchero) e invece, mano a mano, ha rivelato, con evidenze performative, complessità emotiva e di struttura. Trascinando in uno spazio-tempo dove pure le declinazioni di inquietudine e una malinconia attiva trovavano diritto di cittadinanza. Mentre un light design perfetto agiva sinesteticamente.

Lyra c’ha deluso e ce ne dispiace, in primis per lei, che pure ha spessore. Ci si attendeva la dinamica da metaverso intravista in alcuni video. Magari un performer. Siamo o no nella città della danza iper-oggetto? Noi prendiamo alla lettera Frank Zappa, perché sì, si può danzare l’architettura…Ma le raffinate stesure di voce hanno appena delineato la fascinazione armonica rituale che veniva promessa. Purtroppo, nella ripetizione di se stesse, sono rimaste fumo di idee-sigarette accese e subito spentesi in ceneri di scorno. C’è stato un momento in cui la sostanza sonora è sembrata addensarsi in una possibile techno ibrida. Solo un attimo illusorio.

Oh, quanto si agognano i “bussi”, ogni tanto. Che grande funzione metabolica hanno… Non stiamo facendo l’elogio dello stordimento, al contrario. Della congiunzione profonda al proprio corpo. La Pramuk, sia pure in buona fede, ci ha però lasciati girare a vuoto. Nessun decollo interiore. Non si è aperto il corridoio “wormhole”, che resta in programma per il triduo di fine d’anno. Tant’è, il pubblico ha applaudito solo per educazione al fantasma, subito evaporato, delle (mancate) connessioni limbiche.  Ognuno è rimasto solo nella propria comoda poltroncina. Ed era già tardi, più che sera. Tutto il dire e scrivere su di lei non s’è materializzato, pur credendo che, da qualche parte, l’intensità esista. Si spera in futuri battiti, capaci di rinvigorire il colore e il calore poliritmico dei paesaggi umani e sonori di questo segmento periferico, in un autunno (e non è ancora inverno) che già scontenta.

L’audio-virologia non è una metafora. È da prendere alla lettera. Mappa veri e propri processi di mutazione, trasmissione, contagio e memoria all’interno della cultura musicale. (Kode9)

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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