06 Febbraio 2023

Dean Roberts

Dionisio Capuano
Dean Roberts

In mancanza di uno spontaneo riconoscimento del valore intrinseco delle persone e delle cose, la falsa apparenza, questo strano ossequio tributato a credenze e ideali antiquati, è diventata il sostituto universale [Paul A. Baran, Paul M. Sweezy – Il Capitale Monopolistico, Einaudi 1968]

Frammenti di tempo. Il terzo fresco numero di “Notebook”, la bella pubblicazione cartacea di MUBI, si apre parlando di una pellicola sperimentale di Tony Conrad, “The Flicker” (1965-66) e ne segue una riflessione su cos’è il cinema (e cosa siamo noi). Nel 1997 usciva un album, “Moth Park / Soundtrack to Utopia”, registrato dal vivo come colonna sonora del film sperimentale “Utopia” dall’organizzazione artistica Popular Productions aka il collettivo “et.al” ed eseguito all’Hopetoun Alpha Theatre con il film a supporto della tournee di Tony Conrad in Nuova Zelanda nel 1997. Di lì muove i primi passi artistici Dean Roberts, classe 1975, che in una fredda – tersa notte di inverno, il 27 di gennaio scorso, ha fatto tappa al Circolo Arci Subasio di Foligno. Lo conoscemmo a fine ’90, al suo secondo disco, “All Cracked Medias”, audace esplorazione chitarristica, feed back dall’altissima fascinazione sciamanica, dove la musica si auto genera.

La sua produzione si snocciola in una scarna serie di titoli, che coniugano residui di avanguardie e canzone d’autore fantasma, a volte low fi e slacker. Materia che dal vivo può diventare (l’altra sera lo è diventata) maceria sbriciolata e polvere. Altissimo rischio. Quei detriti significheranno molto per chi ha memorie di certi luoghi sonori e di storie laterali. Ma parecchi altri si annoieranno (se va bene, altrimenti reagiranno beffardi). Terno al lotto, qualcuno potrà avere un’epifania. Certo, abbiamo l’impressione che il potenziale estetico della fragilità – note messe su come castelli di carta – sia stato travolto dalla logistica e, più che altro, dal legittimo vociare dalla sala attigua. Avrebbe giovato la dimensione raccolta che fu d’un passaggio di tempo addietro. Ma chissà, il gioco è stato proprio questo: scommettere sulla bellezza dell’approssimazione affabulatoria.

Comunque sia, in quelle composizioni c’è ricchezza cromatica e complessità, a dispetto di Adorno. E nulla va trascurato degli aggregati sonori disseminati da Roberts lungo il suo cammino. Particolarmente preziosi il trio Thela (insieme a Rosy Parlane e Dion Workman) e gli Autistic Daughters con Martin Brandlmayr (Radian, Trapist) e Werner Dafeldecker (Polwechsel). Melodie sfibrate e riverberanti di poesia casuale, dolcezze acide e narcolessie psichedeliche.

L’evento, con la sua involontaria forma situazionista di non-concerto (o quasi-concerto), spinge all’estremo i discorsi su musica, società e resistenze, alimentando il nostro smozzicato spiegare del perché ci muoviamo – spesso – sui limiti e nelle periferie scarsamente illuminate. Forse perché – l’abbiamo già detto ? – da quei limitari si vede bene (si vive) il centro ed il centro sono le relazioni tra gli esseri umani. La musica, l’arte valgono in quanto fluido fluidificante che entra esce dalle relazioni, ne qualifica i discorsi e crea nodi di (dis)senso. E poi. Margini e Centro cosa rappresentano? Come dice qualcuno: metafore topografiche del controllo sulla creatività. Roberts ha studiato ad Auckland con Philip Dadson, fondatore della Scratch Orchestra, collettivo in cui hanno militato (ci si perdoni il gergo guerraiolo) Brian Eno, Cornelius Cardew, John Tilbury, personaggi chiave dell’altro contemporaneo, presenti sui vari livelli dei giochi osmotici tra avanguardia e popular, potere e contro-potere culturale. Ciò per dire che non si tratta di un bohemien vittima dei marosi della vita, ma di un intellettuale-artista che compie scelte.

Ecco dunque. Empatizziamo  con la folla vociante e su di giri,  certo che si; belli – lo ripetiamo ad esempio – furono i 5 minuti di diluvio al concerto dei Massive Atrack di Umbria (non più) Jazz. Però i rivoli carsici della creatività, le micro-terminazioni nervose in luoghi urbani e rurali ci interessano di più. Qui si alimentano sostanze antagoniste alle intossicazioni dei sistemi culturali massivi.  Non è un caso che in questi vent’anni e passa Roberts si sia interessato, sempre di più, a costruire relazioni e creare amicizie. Si è legato e collegato a molti musicisti europei “di confine”, che pure hanno costruito un buon seguito, ad esempio il Mats Gustafsson attivissimo imbastitore di socialità creativa ed innesco di Fire! e Fire! Orchestra. Lo ha fatto molto anche in Italia.

Durante la chiacchierata after-show, questo neozelandese gentile, claudicante con bastone da passeggio, ce l’ha proprio detto chiaramente. Non è interessato tanto alla sua musica quanto a tessere relazioni, organizzare eventi. E di fatto la prima parte del set l’ha dedicato a presentare una pubblicazione multimediale che cura come editore-networker, “Reality Scratch”, che per il primo numero raccoglie passioni e suoni di artisti di stanza o di passaggio per Berlino. Passaggi. (anche) Sonori.  Sia quel che sia, le ceneri del “non fuoco”, titolo del suo ultimo album, rimangono – nei nostri inverni di (in)quietanti derive – sostanza ben più calda e verace dei soli artificiali e dei pentagrammi machine learning che ci scintillano intorno.

Questo meccanismo per nascondere assenza di rapporti e mancanza di impegno affettivo sembra funzionare, sembra assicurare lo svolgimento più o meno regolare della convivenza umana [Il Capitale Monopolistico, cit.]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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