“La felicità non è un ideale della ragione, ma dell’immaginazione.” [Immanuel Kant]
Arch è il trio formato da Luca Sguera (pianoforte), Joe Rhemer (contrabbasso) e Giovanni Iacovella (batteria). La gittata va da un mood nevrotico post-Monk, passa per certi gamelan urbani e arriva ad anti-comfort zone in forma di ballad sospese, gli strumenti quasi avviluppati da un effetto alone-malinconia. E tutto nell’arco d’uno stringato esordio discografico.
https://arch-sguera-rehmer-iacovella.bandcamp.com/track/fishes-still-around
Musica icastica eppure cinematica, capace d’inattese dolcezze. Episodi-glosse di quella filosofia sonora che è il jazz, “cosa” che si continua a etichettare come genere e che casomai dovremmo dire attitudine, resistenza. A volte da avvicinare con cautela viste le usurpazioni che subisce, soprattutto quando viene offerta in forme standardizzate e tranquillizzanti; ma non è il caso qui.
https://www.youtube.com/watch?v=zjbns-58oVo&t=3s
Sono giovani e/ma già nodi importanti d’un reticolo sonoro che si espande in quel che si muove intorno. Sulla nostra, incompleta, mappa-arabesco vediamo Sguera col suo recente solo Piano, Exploded, il disco wunderkammer con Iacovella, il quartetto AKA e un’apparizione nei Siner di Ludovica Manzo e Matteo Bortone. Rehmer fa galoppare la nostra fantasia con il trio Hobby Horse, che raddoppia in Ghost Horse, con sempre alla guida Dan Kinzelman, guarda caso, produttore di ARCH. Iacovella ha una polimorfica attività da solista e lo si intercetta pure insieme a Rehmer e Giovanni Guidi. E, certo, ci sono i Drive! e la giostra può fare un altro giro.
Il cerchio che tentiamo di chiudere, in realtà si apre, ramifica. Apre lo sguardo al paesaggio. Periferia e centro, nel gioco e nel dis/senso profondo dell’arte, si scambiano i ruoli. L’album è stato registrato nel corso di una residenza organizzata da C.U.R.A., a San Domenico, a Foligno, un suburbio sempre più centrale nelle traiettorie sonore dei mezzi mondi. L’abbiamo potuto godere in esecuzione pressoché integrale sulle colline di Bastardo, di domenica pomeriggio, alla cantina Cesarini Sartori. Tra il tintinnare di calici e il vocio umano, davvero non indispensabile; vabbè, è interferenza – segno d’una vitalità “olistica” che ci teniamo stretta.
A qualcuno potrà forse essere apparso alieno il melange, quantomeno qualche passaggio, ad esempio l’armeggiare nel telaio del pianoforte per modificarne il timbro. Ma d’altra parte, di un altro episodio di U.F.O. si tratta. Umbria Factory Off. Ora, l’idea vagamente wharoliana di una “factory” umbra che sia un poco “off” rispetto ai soliti giri ci piace. Nel cuore verde d’Italia ce ne sono di posti e situazioni segnati da passaggi a volte discretamente “fuori”, come si può intuire scorrendo le puntate della rubrica. Che – è vero – più cresce e più manifesta la sua lacunosità, rivelando a contrariis la brulicante creatività tutt’intorno, diffusa ed irriducibile che assume apparenza di suoni, fiori di passioni e relazioni del paesaggio umano.
La musica ha il potere di estrarre dal rumore e dal silenzio un suono intonato e ordinato come il canto all’unisono [Il rumore Schoenberg – Maria Josefina Sota Fuentes]