Riprendiamo uno spunto di Luca Mastrantonio, proponendo una riflessione sulla poesia di Michel Houellebecq, con una sua poesia, un’altra poesia di Salvatore Quasimodo e un’altra ancora dove c’è la storia in versi di un’amicizia che ricorda le partite di calcio dell’infanzia, giocate fino all’imbrunire e anche oltre, della serie chi segna, vince, poesia che abbiamo trovato molto bella. “Un poeta morto non scrive più. Da qui l’importanza di restare vivi. Il primo passo della poesia consiste nel risalire all’origine. Al sapere: la sofferenza è un universo. La verità è scandalosa. Ma senza, non c’è nulla che abbia valore. Una visione onesta e ingenua del mondo è di per sé un capolavoro. Man mano che vi avvicinate alla verità la vostra solitudine aumenta. Affondate il coltello negli argomenti di cui la gente non vuole sentire parlare. Il contrario del decoro. Insistete sulla malattia, l’angoscia, lo squallore. Parlate della morte e dell’oblio. Della gelosia, dell’indifferenza, della frustrazione, dell’assenza di amore. Siate abietti, e sarete veri”.
Sale il giorno e cresce,
ricade sulla città
Abbiamo
Attraversato la notte
senza sollievo
Sento gli autobus e
il sottile mormorio
Degli scambi
sociali. Accedo alla
presenza.
Oggi avrà luogo.
La superficie invisibile
Che delimita
nell’aria i nostri
esseri di sofferenza
si forma e si indurisce
a una velocità terribile;
eppure il corpo,
il corpo sì,
è un’appartenenza.
Abbiamo
attraversato
stanchezze
e desideri
Senza ritrovare
il gusto dei sogni
dell’infanzia
Non resta molto
in fondo
ai nostri sorrisi,
Siamo prigionieri
della nostra trasparenza.
Michel Houellebecq
Ora che il giorno sale
Finita è la notte
e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.
E così vivo
settembre in
questa terra
di pianura,
i prati sono verdi
come nelle valli
del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore
dentro le vecchie mura,
per restare
solo a ricordarti.
Come sei più
lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte
il piede dei cavalli.
Salvatore Quasimodo
Il cortile
Serrande e
cemento, questo
era il nostro
cortile.
Un pallone
malconcio e una
gran voglia di vivere,
tutto così semplice
ma mai banale.
Uno sguardo senile
fino all’imbrunire,
interminabili sere,
ah che sere amico mio…
Un fischio dal balcone
che significava arrivederci,
a domani,
un piccolo broncio
fino a casa,
non eravamo domi,
mai.
Un orto oltre
quel muro
ci rendeva timorosi,
urla e gesti strani,
il forcone
di quell’orco
paffuto e rude,
correvamo all’impazzata
e ne uscivamo
sempre vittoriosi.
Ma era il cortile
il nostro posto fisso,
la tana,
una fortezza,
sminuiva quella
puerile debolezza.
Il sole, la pioggia,
le stagioni, la vita
che scorreva amena,
lì tra quelle quattro mura,
lì nasceva il rispetto
per un’anima pura.
Carlo Stelli