Il gioco del “billo” consisteva nel centrare con un “licchetto” (possibilmente di metallo) il “billo”, una buchetta larga una ventina di centimetri, perfettamente rotonda, con la stessa profondità del diametro, ricavata in un piazzale di terra battuta.
Si stabiliva la distanza dalla quale doveva essere indirizzato il “licco”: chi riusciva a centrare il “billo” intascava tutti i bottoni delle poste. Una volta stabilita la distanza e posta si metteva su, depositando i bottoni nel “billo”. Non si faceva credito: chi non disponeva di bottoni non giocava. Poteva partecipare un numero non fisso di ragazzini. Terminati, dopo molte sempre accese discussioni, questi preliminari, si faceva la conta per stabilire chi avrebbe iniziato a tirare. A giro si iniziava. Prima di fare centro occorrevano innumerevoli tentativi.
Non sempre andava tutto liscio. Se per caso il primo a tirare faceva “billo” gli altri giocatori, sentendosi esclusi, non si rassegnavano a perdere così i bottoni della posta.
Iniziavano inesistenti contestazioni al vincitore: «non sei stato al segno, non hai rispettato le distanze…» e così via. Tutte accuse di “lana caprina”, discussioni fatte di strilli, fino a scaturire la “baruffa”, se il vincitore non si rassegnava a ripetere il tiro. Gli si concedeva il tiro d’appello con la certezza che non avrebbe ripetuto il precedente risultato.
La “baruffa” consisteva nell’avventarsi tutti sulla buchetta per riprendere la posta, gridando «baruffa, baruffa». Non partecipava il vincitore mancato: scuro in volto se ne stava appartato, nulla potendo fare contro l’evidente prepotenza dei compagni. Dopo la lotta fatta di spinte e qualche pugno, si ricominciava a discutere più concilianti solo in apparenza. Ognuno dichiarava di aver ripreso i propri bottoni, se a qualcuno risultava di aver arraffato di più, li gettava in terra e venivano subito raccolti da quelli che non erano riusciti a recuperare l’intera posta.
Quella del vincitore non riconosciuto veniva presa e messa a sua disposizione. Il più delle volte veniva da questi rifiutata, pronunciando frasi di superiorità: «ce ne ho una saccocciata, teneteveli». Nel dire questo si scuoteva i bottoni con la mano in tasca facendoli risuonare a lungo. Era il comportamento tenuto di solito da chi toccava subire il sopruso, comportamento che voleva dimostrare risentimento e disprezzo.
Quando non si disponeva di una sufficiente quantità di “capitale” per continuare a giocare, si faceva “pecora”, accettando di riprenderli indietro. Dimostrando poco orgoglio; doveva subire lo sfottimento degli amici: «hai fatto pecora, eh! Hai fatto pecora, eh!»
Da piccoli non si è sempre buoni!
La prepotenza e la violenza occupano una parte nascosta dell’essere umano. Beati coloro che si sanno frenare! Pochi! L’atto di restituire non aveva il significato di giustificare il torto fatto; aveva il solo scopo di ricominciare il gioco, cancellare l’azione precedente come se nulla fosse accaduto. La posta respinta veniva depositata nel “billo” insieme alle nuove.