Arrivò inaspettato il trasferimento di mia madre da Santa Croce a Cannara[12], causa principale: riunione di coniuge. Tale avvenimento fu accolto con altissimo gradimento dai miei, ma con indicibile disperazione da parte mia. Lasciare la campagna, i nonni acquisiti, le bestiole e tutto ciò che faceva parte della mia vita, arrivò per me come un fulmine a ciel sereno. Vivevo quella libertà di giardino terrestre come se dovesse durare in eterno. Non avevo, non potevo, per la tenera età di tre, quattro, cinque, sei anni pensare, valutare qualsiasi repentino cambiamento. Il trasferimento[13] a Cannara non lo compresi come una conquista per la famiglia, un avvenimento vantaggioso per tutti, per me che avrei potuto affrontare un’infanzia normale e più consona alla mia condizione, chiamiamola, per allora, privilegiata per essere figlio di due maestri; non poteva essere che così, avviarmi bene agli studi, formare in me un’educazione civica e culturale fin dai primi anni era il loro scopo. Così non ragionai, né potevo ragionare a sei anni, il mio mondo iniziò a Santa Croce; crollato quel mondo, sembrava tutto finito per me. Dovettero passare nove lunghi anni, prima di trovare la giusta via e per terminare lo sbandamento della mia giovane vita. Il carattere si ribellò, l’inserimento nella nuova vita di paese fu difficoltoso, doloroso per me e i miei genitori. La mia reazione non si fece attendere.
A SCUOLA
Era l’anno 1926, l’anno in cui dovevo iniziare ad andare a scuola. Fu impossibile iscrivermi in una prima con la maestra che non fosse mia madre. Iniziai con lei da privatista nella classe che il direttore quell’anno le aveva affidata: una terza formata da una sessantina di alunni e io… con nella testa, Santa Croce. Ero diventato quasi cattivo! La reazione fu evidenziata con la voluta avversità verso la scuola, specialmente nei primi tre anni che frequentai con mia madre. Ero diventato contrario a tutto. Mia madre, benché impegnata con i sessanta discoli di terza, non mancava un’attenzione particolare nei miei riguardi nell’insegnarmi a scrivere e a leggere, lo faceva con amore e tanta pazienza. Contraccambiavo le sue premure leggendo sul sillabario quelle parole semplici, scritte a grandi caratteri, leggendole da destra verso sinistra, speditamente, pronunciando ad alta voce, quasi strillando vocali e consonanti. La parola “Casa” la leggevo «asac», “pane” «enap», suscitando l’ilarità della classe. Mia madre si disperava, cercava di non perdere la pazienza, a volte rideva. Quando non ne poteva più, arrivava lo scappellotto. A quel punto mi pronunciavo, chiedendo: «mi mandi domenica a Santa Croce dal Roscio e da nonno Geremia?». Sapevo che la sua risposta era determinante, papà avrebbe acconsentito, se questa fosse stata favorevole. Non sempre la mamma mi diceva di sì. I cinque e più chilometri che dista Cannara da Santa Croce non
presentavano i pericoli di oggi, ma era una distanza eccessiva per un ragazzino di sei, sette anni. Per mia madre era una sudata, uno strapazzo da evitare.
Le mie resistenze durarono a lungo, nei comportamenti in casa e a scuola. Nelle classi che frequentai con mia madre dimostrai la voglia, il trasporto, l’entusiasmo per lo studio che avevano Pinocchio e Lucignolo messi insieme. L’impreparazione di quegli anni non mi fece recuperare con il corso superiore di quarta e quinta. Non furono sufficienti la completa disponibilità, la professionalità di mia madre per farmi superare l’avversità che dimostravo per lo studio. In classe chiedevo in continuazione a che ora saremmo andati a giocare in cortile, avrei voluto che la ricreazione avesse la durata della lezione e viceversa, domandavo quale giorno era stabilito per la passeggiata e la merendina in campagna.
Tutto cambiò dall’anno in cui mi trasferii per riprendere gli studi a Roma[14], dopo aver perduto due anni. Venne l’interesse per lo studio, l’interesse di conseguire il diploma. Arrivò l’orgoglio. Vennero le sospirate promozioni con buoni voti. Arrivò finalmente la tranquillità in famiglia. Finì la preoccupazione per il mio avvenire, da maestro avrei guadagnato un pezzo di pane (giusto un pezzo di pane, con poco companatico!).
[12] Cannara ha, in questo tempo, una popolazione inferiore a quella presente (3500 abitanti circa, a fronte di 4200 circa attuali), ma perfettamente proporzionale tenendo conto della conforme evoluzione demografica dell’intera regione Umbria nello stesso periodo.
[13] La famiglia prende in affitto un appartamento da una tale signora Olivetta.
[14] E.B. a Roma è ospite di parenti. Benché il passaggio sia fulmineo nella narrazione, si tratta di un decisivo tornante della sua vita che lo vede riprendere in mano il suo destino messo a rischio da una irrequietezza infantile e giovanile che pare ormai domata. Da notarsi come diventi anch’egli insegnante di scuola elementare, come i suoi genitori, ma anche come le sorelle e una serie impressionante di ascendenti e collaterali, tanto da potersi parlare di una vera e propria stirpe di insegnanti.