07 Aprile 2022

§30 – Il giallo del quadro scomparso

Maceo Angeli
§30 – Il giallo del quadro scomparso
Manifestino elettorale con disegno di Maceo Angeli

Leggi la nota introduttiva

Un giorno (brutto, neanche a dirlo, fu per me) verso le ore sedici arrivò davanti alla mia casa una macchina, e nell’interno riconobbi il vicecommissario di pubblica sicurezza. Mi dissero (almeno capii in quel momento) che cercavano il Sindaco, che era il dott. Sebastiano Veneziano. Inutilmente risposi che egli abitava a Piazza Nuova, e con un fare non troppo urbano mi costrinsero a salire sulla macchina. Arrivammo a Piazza del Comune nel gabinetto del Sindaco, dove trovai [41q] il compianto prof. ***[1], Soprintendente delle Belle Arti di Perugia, ed altre persone che non ricordo chi fossero.
Mi informò che nel museo del Comune era sparito un quadro, e che questo trafugamento era stato denunciato dal prof. Cernetti, che abitava a Roma.
Bisogna ricordare che al tempo del Podestà Fortini il museo arrivava fino agli attuali locali dell’Ente del Turismo, e quando questi locali furono occupati dall’Ente i quadri furono riammassati nei locali attuali.
Alla richiesta del Sovrintendente rimasi assai sorpreso, e invitai a scendere nel museo per vedere se fosse possibile rintracciare il quadro ricercato. Tra le persone presenti il più fanatico era indubbiamente il segretario del Sovrintendente sig. ***[2], ed era il più cattivo nei miei riguardi, e un signore di media età con baffi che non parlava mai.
Non riuscivo a portarli a controllare nel sottostante locale (museo), ma alla fine si decisero questi signori a seguire il mio consiglio e andare, con l’elenco alla mano di tutte le opere esistenti nel museo. Il segretario accennato era il più contrario nel fare questo sopralluogo [42q] perché diceva che aveva perso ben tre giorni nella ricerca, risultata inutile, dell’opera.
Entrammo nel museo tutti e facemmo un piccolo giro, mentre il segretario leggeva nell’elenco dell’opera cercata, con numero di catalogo ecc. Io con certezza gli ravvisai il quadro, che si trova ancora sopra la fila dei quadri esistenti. Il segretario accennato era più nervoso del solito quando si accorse che il quadro cercato era quello da me indicato. Tutto nervoso mi disse queste parole: «Lo tiri giù per vedere meglio››, ed io risposi che lo doveva tirare giù lui.  Fu chiamato un famiglio del Comune, il quale tirò giù dalla parete il quadro. Fu guardato, controllato il numero di inventario dei quadri, e le dimensioni, e la descrizione generale; e infine risultò essere il quadro che credevano essere stato rubato. Da parte di tutti ci fu uno stato di incertezza e panico per la gaffe compiuta. Invece di chiedere scusa per quello che era accaduto, ad uno ad uno se la squagliarono, sia il Soprintendente sia il suo fanatico [43q] segretario. Rimase lì quel signore che non aveva mai parlato, il quale mi chiese scusa dell’accaduto e mi disse che era inviato da Roma, non ricordo da quale Ministero, con il compito di arrestarmi perché credevano che fossi io il ladro.
Cordialmente mi salutò, e mi fece le sue scuse più sentite.
Fino a quel momento non mi ero reso conto della cosa, ma era già sera e non potevo andare in nessun posto a protestare per l’accaduto[3].
La mattina dopo mi recai a Perugia alla Soprintendenza delle antichità, ma non c’era né il titolare dell’ufficio, né il segretario. Evidentemente si aspettavano una dura reazione da parte mia e cercavano di non ricevermi. Io però mi sedetti nella panca riservata al pubblico, finché verso le tredici si decisero questi due signori a ricevermi. Fu una scena curiosa, li insultai come meritavano, segretario e architetto, ma loro non proferirono né parole di scusa od altro


[1] Il nome, evidentemente dimenticato è sostituito nel manoscritto da punti di sospensione

[2] Il nome, evidentemente dimenticato è sostituito nel manoscritto da punti di sospensione

[3] Per comprendere meglio la vicenda, occorre sapere che Angeli possedeva in casa propria, avendolo ereditato dal padre Artaserse che, a sua volta, lo aveva acquistato da Evelino Cilleni Nepis, una tela antica di taglia e soggetto simili. Il fatto deve avere stimolato malevoli sospetti, con gli esiti descritti.

NOTA FINALE

Maceo Angeli, ultimo a destra, in un’occasione musicale, forse al Pincio di Assisi

Termina così, bruscamente, il memoriale di Maceo Angeli, lasciando l’amaro in bocca al lettore, ma forse anche esaurendo la propria missione, se come si è azzardato nella nota introduttiva la molla che spinse l’autore, in età già molto avanzata, ad esporsi alle fatiche della scrittura e agli azzardi della memoria fu davvero il desiderio di mettere a sistema i ricordi dei suoi “anni eroici”, quelli che forgiarono e consolidarono la sua personalità.

Fu un uomo di carattere, e a dunque anche duro e severo, Maceo Angeli, ma con uno spiccato senso della giustizia e una tenerezza di cuore che lo condusse spesso a dare accoglienza e ristoro a derelitti e sbandati nella sua grande casa di via Fontebella. Anche in questo la sua vita racconta la sua Assisi popolare, amatissima e perduta.

Edizione a cura di Francesco Lampone

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