UN ARRIVO IN LANDÒ [1]
È ora che passi ai miei ricordi e a quelli che coinvolgono la mia famiglia dalla quale provengo. Sono nato in Assisi il 3 settembre 1920, alle 7 del mattino di venerdì, da Antonio Boccacci e Elvira Orfei, nella casa di nonna materna Sestina. Primo maschio dopo due femmine, lascio a voi immaginare come fu accolto il mio arrivo da papà e mamma. Ci furono giorni di festa in famiglia. Sempre mi è stato ricordato il giorno in cui fui battezzato. Cerimonia nella Chiesa di San Rufino, che mi fecero raggiungere con lussuoso landò trainato da una pariglia di cavalli bianchi. Battezzato nello stesso fonte Battesimale di “Francesco”. Conosco questi particolari per avermene parlato i genitori in varie occasioni. Specialmente mia madre nei momenti in cui la facevo inquietare di brutto, mi diceva: «se avessimo saputo io e tuo padre di aver messo al mondo un insetto di questo genere, proprio con il landò ti avremmo portato a San Rufino, a piedi ti avremmo mandato». Sono il terzo figlio dei cinque. Venuto al mondo dopo Maria[2] nata nel 1913 e Ismene[3] nel 1916, dopo di me Mario[4] nato a Cannara. Mia madre fu colta nella notte dai dolori del parto, non poté raggiungere Assisi, città dove aveva dato alla luce tutti noi. Ci teneva a farci nascere nella città di San Francesco. Mario è l’unico cannarese. Ricordo quella notte di un freddo febbraio, eravamo soli in casa io e la mamma. Le sorelle in collegio, mio padre assente, non ricordo perché in quell’occasione. Erano le due di notte, mia madre si svegliò dicendomi: «Corri Enzino, va a chiamare la mammana, sta per arrivare il tatino». Mi vestii in tutta fretta e con paura mi avviai a chiamare la levatrice. Avevo solo otto anni, compiuti da pochi mesi; attraversai di corsa piazza San Matteo, imboccai la via dove abitava la mammana, ero affannato, soprattutto impaurito. Una volta giunto sotto la finestra della casa a tutta voce strillavo, ripetendo più volte: «Corri mammana, sta arrivando il tatino a mamma». Dovetti attendere un po’ di tempo, quei minuti furono eterni. Giravo il capo intorno, avevo il terrore dei lupi. Infatti in quel periodo circolava la voce in paese che due lupi erano stati visti nei pressi dei Cappuccini, località che dista due chilometri da Cannara. Nacque Mario la notte del 17 febbraio 1928. Un bambino bellissimo, nero di capelli, ricciolino. È restato sempre vivo in me il ricordo dei suoi occhi grandissimi e di un nero profondo; guardavano spalancati la fiamma del focolare, mentre la mammana gli faceva il primo bagnetto in una conca di zinco. Io assistevo e aiutavo. Non tutto andò bene. Mia madre, in pericolo di vita, superò con difficoltà una brutta setticemia. Mario dovette passare da una balia all’altra. Ultimo fratello Marcello[5], nato nel 1932. Il colosso di casa, 1,90.
IL PADRE ANTONIO[6]
I miei genitori sono defunti. Il babbo morì di incidente nell’agosto del 1956[7]. Cadde dalla vespa a metà strada tra Assisi e S. Maria degli Angeli. Aveva 63 anni, insegnante elementare di vecchio stampo. Ci amava, ha sempre lottato per vederci migliori. Quanti sacrifici, tanti e tanti nella sua vita! Quello che siamo riusciti a fare lo dobbiamo a lui. Ci voleva tutti laureati. Lo abbiamo deluso in questo, siamo arrivati maschi e femmine solo al diploma superiore. Tre insegnanti elementari e due geometri. Per gli anni ’30, ’40, ’50 era un traguardo abbastanza accettabile. Mio padre, quando moglie e noi figli non lo facevamo inquietare, era amabile, simpaticissimo. Persona di intelligenza superiore. Nacque in Antrodoco nel 1892 da famiglia benestante. Delle sue origini si gloriava dicendosi nobile: chiamava plebea mamma, quando venivano ai ferri corti. Rimase orfano che non aveva più di due anni. Conobbe mia madre in Assisi, dove il suo tutore lo aveva indirizzato agli studi. È stato bravissimo nell’insegnamento. Non ha mai voluto riconoscere i suoi superiori ritenendole persone non all’altezza dei loro compiti. Ho sentito sempre giudizi negativi nei loro confronti. Mio padre era l’incarnazione dell’uomo libero, non sopportava gioghi, solo quello, a volte pesante, della sua famiglia. Non l’abbiamo compreso appieno. Non mancherà occasione nel proseguo dei ricordi di scrivere di papà. Tanti avvenimenti curiosi, gioiosi e tristi sono legati alla nostra vita.
LA MADRE ELVIRA
Mamma Elvira[8] nacque in Assisi nel 1894, e morì nel 1968 a 73 anni. Donna dolce, francescana, colei che ha soddisfatto tutti i nostri desideri, sia quelli da soddisfare e non. Il suo scopo era quello di vederci felici e contenti. Non aveva importanza per lei affrontare sacrifici e costi, pur di riuscire ad appagare le nostre giovanili, a volte sconsiderate richieste. Insegnante paziente e bravissima, un po’ meno come donna dedita alla cucina: piccola carenza, supplita da papà Antonio. L’insegnamento la prendeva totalmente. Per suo desiderio e sua bontà fu destinata in tutti i suoi anni di servizio, più di 40 come quelli di mio padre, in classi numerosissime, formate da alunni provenienti da famiglie umili e misere. La società d’allora, in particolare quelli che si credevano la crema, rifiutava questi elementi poveri e sfortunati. Ciò si riscontrava anche nella formazione delle classi. I figli dei cosiddetti signori da una parte e dei cosiddetti disgraziati dall’altra. Come già accennato mia madre, per sua volontà, educava con amore questi ultimi. Anche di mia madre tornerò a scrivere fatti e cose che metteranno in risalto la semplicità francescana di questa donna. Nel proseguo dei ricordi, a seconda degli avvenimenti in cui sono stati coinvolti, parlerò delle mie sorelle e fratelli, che amo come si amano i congiunti dello stesso sangue.
[1] Nel dattiloscritto originale, questa parte di testo è in realtà preceduto da alcune pagine in cui l’autore indugia su dettagli molto personali di salute e vita familiare. D’accordo con le figlie di E.B. si è deciso qui di espungerlo, non derivandone alcun pregiudizio alla comprensione del prosieguo. Un’altra breve porzione di testo è stata invece posticipata, perché giudicata più utile a concludere questa pubblicazione.
[2] Maria è stata insegnante, coniugata con Aldo Ciani. Dal matrimonio sono nati 4 figli (Paola, Enrico, Alberto e Claudia. Nella seconda metà degli anni ’40 la famiglia è emigrata in Argentina, nella cittadina di Morón – Buenos Aires. Non si tratta di un caso isolato: furono vari gli assisani che, nell’immediato secondo dopoguerra, partirono per il Sudamerica (soprattutto Argentina, Brasile e Venezuela) o in Europa per cercare miglior fortuna, tant’è che la popolazione subì una significativa diminuzione.
[3] Ismene è stata anch’essa insegnante, coniugata con Giovanni Di Pilla. Dal matrimonio sono nati 2 figli (Franco e Bruno). Per numerosi anni la famiglia è vissuta a Nuoro, in Sardegna.
[4] Mario si diplomò geometra. Dal primo matrimonio sono nati due figli (Enio e Aldo). Dal secondo matrimonio con Ornella Angelucci è nata la figlia Elvira. Per lavoro ha vissuto a Roma per molti anni, per poi rientrare con la famiglia in Assisi.
[5] Marcello, anch’egli diplomato geometra e appassionato cacciatore, è vissuto sempre in Assisi con la moglie Adelaide Caroni. La coppia ha avuto ben cinque figli maschi (i gemelli Antonio e Roberto, e poi Francesco, Stefano ed Enzo).
[6] Antonio nacque ad Antrodoco (all’epoca, e fino al 1927, in provincia dell’Aquila, da allora in provincia di Rieti) il 12 giugno 1892, figlio omonimo di Antonio Boccacci (nato il 12 agosto 1857 e deceduto il 18 aprile 1892), ingegnere e proprietario terriero, e della contessa Rosalia Perinetti, insegnante. Si badi alle date e ci si accorgerà come Rosalia sia rimasta prematuramente vedova: il marito scompare a soli 35 anni, due mesi prima della nascita del secondogenito. Non stupisce perciò che a questi sia stato attribuito lo stesso nome del padre. Rosalia, che era nata a Civitella Casanova (Pescara) morì a 40 anni il 23 gennaio 1904. I due figli, Camillo e Antonio, sfortunati e giovanissimi orfani di ambedue i genitori, furono iscritti dal tutore al Convitto per figli degli insegnanti elementari in Assisi, attivo ormai da un quarto di secolo e che all’epoca occupava i locali del Sacro Convento francescano, espropriato dallo Stato liberale dopo l’unità d’Italia. Camillo, laureatosi a Perugia in Medicina Veterinaria, fece ritorno ad Antrodoco; Antonio invece rimase in Assisi, dove si sposò con Elvira Orfei. Benché già sposato e padre della primogenita Maria, Antonio partecipò comunque alla I guerra mondiale nell’arma dei Bersaglieri.
[7] Più esattamente il 12 agosto 1956.
[8] Elvira, maestra elementare, nacque in Assisi nel 1894 da Oreste Orfei, marmista scalpellino, soprannominato “Manone”: la sua poderosa mano, che scolpì a grandezza naturale, è murata sulla parete all’inizio di via S. Paolo, dove aveva la bottega. La madre si chiamava Sestina, e lavorava come bidella presso l’Istituto Magistrale di Assisi. Elvira, ultima di sei fratelli, rimase orfana di padre in tenera età e come allora usava – per alleviare il carico economico sulla famiglia – fu messa in collegio presso le c.d. “monache nere” in Via Metastasio. Non conservò un buon ricordo di quegli anni, a causa delle severe punizioni subite, così che non ne parlava volentieri.