Nicola per me era il padre di Salvatore, poi di Marco (di 3 anni più piccolo) e poi di Annamaria. Veniva a “prelevare” Salvi al Vicolo Oscuro dopo le brevi partitelle a pallone nel post prandiale.
Nic si affacciava vestito sempre elegante come imponeva il suo ruolo all’Hotel Windsor Savoia. Oggi diremmo che era un receptionist, ma in realtà era uomo di fiducia della famiglia Stoppini, bravissimo nei rapporti con il pubblico, sia per la sua cortesia, affabilità e gentilezza, sia perché parlava 5-6 lingue.
Quando arrivava al vicolo, dalla cima delle scale in via Roma, sollecitava Salvatore e Marco: “Come on boys…”, era la chiamata per andare a fare i compiti. Salvatore rispondeva “arrivo” ma continuava a giocare, Marco, più renitente, neanche si degnava di una parola. Nicola andava a fare un giro e dopo qualche minuto reiterava l’appello. Insomma, ci voleva un po’ prima di riuscire a convincerli a tornare a casa.
Di quest’uomo, siamo alla fine degli anni Sessanta, avevo alcune notizie frammentarie riferite da Salvatore. Sapevo che era egiziano ma anche italiano e che aveva giocato a pallacanestro. Il suo stile e il suo aspetto galante lo facevano un po’ straniero e comunque non di Assisi. Arrivato nella nostra Città si innamorò presto di Fiorella, una Beddini, della stirpe di Pallottini, schietta e trasparente come l’acqua, simpatica e diretta come sa essere la gente di Piazza Nova. Apparentemente – e forse realmente – persone diversissime, che però hanno messo al mondo 3 figli e condiviso una vita lunga, non sempre facile, in armonia e condivisione fino agli ultimi giorni.
Nicola lo conobbi in modo diretto grazie alla pallacanestro. Anch’io, come altri hanno raccontato, lo vedevo sui campi del Convitto e poi della Montedison mentre allenava. Era bravissimo soprattutto con i bambini, perché sapeva trasmettere la grande passione per questo sport facendoli giocare e divertire in modo semplice. Aveva una concezione molto essenziale del basket e non amava i tatticismi, privilegiava l’insegnamento della tecnica individuale e dei giochi a 2 e a 3. La storia gli darà ragione perché dopo la sbornia tatticista, che ha caratterizzato l’Europa negli anni Settanta e Ottanta, ricca di schematismi, si è tornati alle semplificazioni tipiche del grande basket americano.
Nicola ha impresso un salto di qualità alla pallacanestro assisana, lui che a Udine giocava in Serie A. Quelli della sua generazione lo ritenevano il più bravo, lui parlava del suo passato cestistico solo se interpellato. E quando si confrontava con i giocatori e con gli allenatori più giovani si limitava solo a qualche considerazione e rari consigli senza insistenza.
Qualche mese prima che ci lasciasse siamo andati a fargli visita a casa, con Ezio Genovesi, perché volevamo che ci raccontasse aneddoti della sua storia cestistica e della sua vita in qualche maniera avventurosa: da Alessandria d’Egitto ad Assisi passando per Udine. Quella mattina ci accolse con gioia, aveva preparato pasticcini e bibite. Mentre guardavamo foto e ascoltavamo i suoi racconti Fiorella, dall’altra parte della stanza, commentava con opportuna ironia. E’ questo l’ultimo ricordo: i quasi 90 anni non avevano scalfito la sua memoria e la sua voglia di vivere.
Quando se ne è andato eravamo tutti molto tristi. Ci ha consolato il pensiero di un uomo sorridente, generoso e ottimista, sempre pronto a una parola di incoraggiamento, che ha vissuto una vita piena, arricchita dall’apprezzamento dei tanti che lo hanno conosciuto.