07 Luglio 2025

§05 – Le parole per dirlo

Giorgio Morosi
§05 – Le parole per dirlo

Correva l’anno 1975-76.

Durante l’estate aveva visto la luce la neonata società “Basket Assisi”, su iniziativa di pochi appassionati di pallacanestro, in luogo del Convitto Nazionale che si era ormai ritirato dall’attività sportiva. Il primo presidente fu Guido Brunori e il campionato di iscrizione della prima squadra fu la “Serie D”, avendo la società ereditato il titolo sportivo dalla precedente.

La squadra era formata da alcuni giocatori esperti che provenivano, appunto, dal Convitto Nazionale; c’erano poi altri giovani che, come me, avevano allora 17-18 anni e giocavano sia in “Serie D” che nel campionato “Juniores”. I miei allenatori erano Alberto Bettoli in prima squadra e Nicola Anastasio nella Juniores.

È doveroso specificare che Nicola, detto Nik, era un grande appassionato di pallacanestro con un passato importante: si diceva che da giovane avesse giocato nella nazionale egiziana di basket, e quando arrivò in Italia giocò con il suo amico Ezio Cernich nella squadra di Udine in serie A. Arrivò ad Assisi nei primi anni ’60 e vi trovò l’amore: Fiorella, e la sposò.

Nicola non era uomo da lunghi discorsi, e si esprimeva piuttosto con frasi spezzate, parlando velocissimo (alla maniera araba, essendo cresciuto in Egitto) in un suo strano idioma, che sulla base di un italiano senza particolare accento innestava a tradimento parole in inglese, tedesco, francese e chissà che altro. Il tutto era accompagnato da una efficacissima mimica, sia del viso (tendenzialmente sorridente e molto espressivo), sia di mani, gambe e in definitiva di tutto il corpo, di cui aveva grande controllo. Ultima annotazione: aveva tendenza ad abbreviare i nomi delle persone, che a volte dimenticava, e a ripetere le parole.

Accadde quindi che una domenica mattina del 1976 incontrai Nicola, e gli chiesi come era andata la partita del giorno precedente, in cui non avevo giocato. Ecco, fedele quanto può esserlo un ricordo, il nostro dialogo:

  • Ciao Nicola, come è andata ieri la partita? 
  • Abbiamo vinto! Dieci punti di scarto! Dieci!

Era, giustamente, tutto felice.

  • Si Nik, ma come avete fatto, chi giocava?
  • C’era coso… gambe forti… spalle grandi, spalle grandi! 

E qui ecco, in rapida sequenza, il gesto con le mani per evocare le spalle grandi, e un elastico accenno di abbassamento sulle ginocchia per significare le gambe forti.

  • Chi?
  • Quello che salta! Prende i rimbalzi, tutti! Rebound!

Ora, braccia velocemente levate in alto per simulare i rimbalzi.

  • Sì, ma come si chiama?

Improvvisa illuminazione e sorriso trionfale: si era ricordato.

  • Macìntosh!
  • Come?
  • Macìntosh, Macìntosh!
  • Ah…. ho capito: Màcintosh!

Da notare l’accento: per me, e per tutti gli altri assisani, sulla “a”; solo per Nicola, sulla “i”.

  • Si, si, Macìntosh, Macìntosh!

Piccola nota esplicativa per chi, per motivi generazionali, non potrebbe altrimenti capire. La Apple nel 1976 è ancora lontana dal lanciare (nel 1984) l’omonimo primo personal computer. Semplicemente, la squadra aveva vinto grazie soprattutto alla bella prestazione del soprannominato Màcintosh (accento sulla “a”, al secolo Sergio Maccabei, assisano purosangue che abbandonò ben presto la pallacanestro per dedicarsi alla musica e diventare un tenore, professionista del canto.

Nicola era anche questo.

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