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Le Storie di Assisi

‘Il più grande poeta morente’

a cura di Claudio Volpi

Vincenzo Cardarelli (1887-1959), ‘il più grande poeta morente’, come lo definì Flaiano, lo ricordiamo eternamente seduto ai tavolini del caffè Strega di Via Veneto, che Fellini avrebbe immortalato nella ‘Dolce Vita’.  ‘Sacerdote scontroso e innavicinabile, con tutta la sua miseria ostentata, I suoi Campari, i suoi sbalzi  d’umore, le sue battute impietose. E con addosso quel pesantissimo cappotto  che non voleva sfilarsi mai, neanche sotto il caldo più feroce. Poeta sconosciuto ai più, ebbe una sua fama, e resta ancora moderno, con quella sua particolare inquietudine. Si sentiva in esilio nella vita, canta l’amore perduto, le memorie , i paesaggi, con reminiscenze leopardiane, con toni evocativi e malinconici, con liquida intimità musicale.

Estiva

Distesa  estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore-
ci si risveglia come in un acquario-
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
E ora, in queste mattine
Così stanche
Che ho smesso di chiedere e di sperare,
e tutto il  giardino è per me,
per il mio male sontuosamente,
penso agli amici che mai più rivedrò,
alle cose care che sono state,
alle amanti rifiutate,
ai miei giorni di sole…

Illusa Gioventù

O gioventù, innocenza, illusioni,
tempo senza peccato, secol d’oro!
Poi che trascorsi siete
Si costuma rimpiangervi
Quale un perduto bene.
Io so che foste un male.
So che non foco, ma ghiaccio eravate,
o mie candide fedi giovanili,
sotto il cui manto vissi
come un tronco sepolto nella neve:
tronco verde, muscoso,
ricco di linfa e sterile.
Ora che, esausto e roso,
sciolto da voi percorsi in un baleno
le mie fiorenti stagioni
e sparso a terra vedo
il poco frutto che han dato,
ora che la mia sorte ho conosciuta,
qual essa sia non chiedo. Così rapida
fugge la vita che ogni sorte è buona
per tanto breve giornata.
Solo di voi mi dolgo, primi inganni.

Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire
Nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita  
e lungamente ci dice addio.

Passato

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
Del nostro breve corpo
Questo strascico di morte
Che noi lasciamo vivendo,
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire
Che m’appartieni
E qualche cosa fra di noi è accaduto
Irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
Il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
Ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
Brucia la vita e fa volare il tempo.

‘Il più grande poeta morente’

a cura di Claudio Volpi

Pubblicato in data 28 Giugno 2020