28 Aprile 2020

La Dacia, quella comune senza padroni e senza capi

Redazione Assisi Mia
La Dacia, quella comune senza padroni e senza capi

Se provassimo a scrivere lo statuto della dacia, la cosa più complicata sarebbe definirne l’oggetto sociale. Perché il sodalizio umano che ruota intorno a questa austera taverna allestita a loft incastonata in un vicolo di Piazzanova e impreziosita da un giardino che sovrasta la valle del Tescio sfugge a una rigida definizione.

Un elemento che la caratterizza è certo quello della pluralità. Varia ed eterogenea è stata l’umanità che l’ha frequentata, persone dei più diversi orientamenti politico-culturali e strati sociali. Diversissime anche le materie trattate ed i temi affrontati: dalle Maestà giottesche alle barzellette d’angiporto, passando per i destini della sinistra fino ai cimenti canori con l’aria lucean le Stelle della Tosca. Unico temperamento a quel principio di inclusione era l’ingresso regolamentato delle donne alle cene della dacia. Divinità spesso evocate, le donne erano però ammesse con regolarità soltanto in periodi di Calendimaggio. Un’altra regola non scritta era la diffidenza nei confronti dell’autorità, così che qualsiasi uomo di potere che varcava la soglia della dacia doveva rassegnarsi a deporre i simboli del potere e accettare di venire cojonato. Indubbiamente il marchio di fabbrica della dacia era il cazzeggio, quel cazzeggio ruvidamente affettuoso capace di decifrare il mondo, in grado di assegnare il giusto valore agli eventi e alle persone. Era tuttavia durante il Calendimaggio che la dacia assolveva alla sua funzione più nobile e riconosciuta: quella di vestale del culto laico della festa. Durante i giorni di Calendimaggio infatti la dacia dispensava sempre generosamente a tutti gli avventori che bussavano alla sua porta vino e carne alla brace. Un universo composito ed improbabile la popolava: musici, madonne in costume poco prima di recitare, ospiti stranieri arrivati per caso, assisani emigrati in altre città. Un’umanità varia e irripetibile che bastava sfiorare appena per veder apparire, come il genio della lampada, lo spirito della festa, dimostrazione inconfutabile del fatto che il Calendimaggio non è una festa in costume ma un moto dell’anima e uno smottamento del cuore. Lilio, insieme al Brosma suo fratello, officiava quel rito nella sua dacia con un fervore silenzioso travestito da disincanto. Lo rincuorava l’effigie di Berlinguer appesa alla parete a ricordargli col suo sorriso mite che ogni caos può essere governato affidandosi alla suprema saggezza del partito. Ora Lilio non c’è più ma nella Dacia rimane tanto del suo ordine confuso: i suoi mille oggetti di uso comune, le cose che trovava per strada e che metteva da parte perché prima o poi sarebbero potute servire a lui o ai suoi amici. Toccherà a noi coltivare il ricordo del luogo che ha accolto le nostre sere senza padroni, le nostre canzoni e le nostre risate, che ci ha regalato l’ebbrezza di non sentirci mai soli. È così che, senza preavviso, tornerà a riempire le nostre migliori serate d’amicizia e di vino insieme al sorriso sornione del padrone di casa.

foto di Paolo Marcucci

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