Sostieni

Le Storie di Assisi

Chiedilo all’Imperatore

Chiedilo all’Imperatore

15 Maggio 2019

di Elvio Lunghi

Cosa mi dici se ti dico Primavera? Mi dici viole? Mi parli di amore? Cogli fiori bianchi dei ciliegi? Fiori rosa fiori di pesco? Dove mi porti se sorride Primavera? Fai uno sbadiglio? A zonzo per le vie della città? O in un prato fiorito a guardar rondini? Nel bosco in cerca di asparagi? Sdraiati sul divano di casa vedendo un film? In un pub a bere birra? Al teatro ad applaudire uno spettacolo? Cosa faremo ad Assisi questa primavera? Pregheremo in una chiesa? Visiteremo un museo? Sentiremo un concerto? Mangeremo un gelato? O una torta? No, portami in un museo per vedere dipinti con immagini della Primavera: non ci sono musei così ad Assisi. E allora, portami in una chiesa in cerca di dipinti che parlano d’amore: non ci sono chiese così ad Assisi. O forse sì, sì che ci sono, nella chiesa di San Francesco, nella cappella di Santa Caterina di Alessandria. È la cappella che si apre sulla testata settentrionale del nartece d’ingresso, accanto alla cappella di Sant’Antonio Abate per dove si raggiunge il chiostrino dei morti. Questa cappella fu costruita più o meno intorno l’anno 1300, quando fu realizzato il bellissimo portale scolpito per dove si entra in chiesa. Probabilmente appartenne in origine a una compagnia di donne, a giudicare dai soggetti femminili che vi dipinse Giovanni di Bonino sulle vetrate dei finestroni nel secondo decennio del Trecento. Poi, negli anni sessanta, la cappella fu acquistata dal cardinale Egidio Albornoz, un cardinale spagnolo inviato da  Innocenzo VI alla testa di un esercito in Italia, per restaurare l’autorità pontificia sulle città dello Stato della Chiesa, e già che c’era per costruire una fortezza sopra ogni colle, sotto il cielo di Marche, Umbria e il Lazio. Come sentì la vita scorrere via e trovare il suo termine († 1367), lasciò detto che voleva essere sepolto accanto alla tomba di san Francesco nella chiesa inferiore di Assisi. Ne fece decorare le pareti da un pittore bolognese di quei tempi, Andrea de’ Bartoli, con storie di santa Caterina di Alessandria, la santa famosa per aver confuso i filosofi d’Egitto e per aver rotto una ruota che le straziava le carni. Jacopo di Varazze nella Legenda aurea racconta un sacco di bugie su Caterina, come quando “l’imperatore Massenzio convocò in Alessandria gli abitanti della provincia, sia ricchi che poveri perché sacrificassero agli idoli. Caterina che aveva allora diciotto anni e che era rimasta sola dopo la morte dei suoi genitori, udì un giorno un gran clamore di canti e di gemiti (…) e si recò sulla piazza dove vide molti cristiani che, per timore della morte, si lasciavano trascinare agli idoli; profondamente addolorata di ciò, si presentò audacemente all’imperatore e gli disse …”. È la storia che si vede dipinta nella parte alta della parete destra. Cioè non si vede nulla da terra tanto distante è il quadro. Il pittore calcò la mano inventando più del dovuto. I cristiani sono talmente spaventati che danzano a girotondo, seguendo la musica di un organo portativo e di una mandora. Danzano una carola, o forse meglio una farandola, tenendosi per mano, mano alla mano, intrecciando le dita, cercandosi, corteggiandosi. Il capogruppo che conduce la danza e il canto è una donna vestita di azzurro, veste lunga fino ai piedi, unita a un uomo in giallo. Si sfiorano le nocche e ciascuno stringe come promessa l’estremità di un nastro verde. Lei volta le spalle al suo ganzo e guarda Caterina che parla, parla all’imperatore e lei intanto tace, alza la mano al petto e trattiene il respiro per non soffocare di tanto amore. È tradizione come un tempo, in tempo di primavera, le giovani coppie tenessero in tasca un ramoscello verde, di mirto o d’altro, per gioco o anche come pegno d’amore. Ne ho trovato una ragione – Elvio Lunghi, Memorie di Bettona di Pietro Onofri. Vita civile e religiosa di una città dell’Umbria al tempo dell’Impero Napoleonico, Foligno, Il Formichiere, 2016, p. 428 – in una cronaca di Bettona che risale ai tempi del regno d’Italia, quando l’imperatore si chiamava Napoleone e non Massenzio: “Per proseguire gli amoreggiamenti creati dal diavolo del Carnevale vi è l’antica usanza che nel corso della Quaresima la Gioventù promiscuamente fà al verde, e questo consiste in un patto, che chi nel corso della quaresima non porta in saccoccia una certa sorta d’erba sempre fresca quello, o quella perde, o deve pagare a chi ha il verde qualche cosa da vestire, o di commestibile secondo il convenuto nel principio del Giuoco. È egli questo un divertimento di poco momento, ed in sostanza di nessun male, ma passando per lo più il giuoco tra Giovani, e fanciulle, serve quasi sempre di un mezzo per continuare degli abboccamenti amorosi in tutta la Quaresima. Quindi è, che nei giorni santi ancora si vogliano i suoi trastulli”. Nel 1810 di verde era l’erba, al tempo del cardinale Albornoz un nastro. Era pur sempre un pegno d’amore, nel mentre Caterina non smette di parlare, e parla e parla al suo imperatore d’Egitto.

Chiedilo all’Imperatore

di Elvio Lunghi

Pubblicato in data 15 Maggio 2019